The show must go on

Aria di ferie. Mica io. In ufficio. I clienti. La piazza dove si affaccia la filiale. Il telefono, grazie al cielo, tace. Il capo in ferie. Vesto con lunghi gonnelloni colorati molto Ibiza style e molto poco bancari. Guardo fuori dalle vetrate il viavai di persone, camioncini, carrelli tutti in agitazione per la preparazione della sagra paesana …

 

Non ho la minima idea di dove parcheggerò nei prossimi giorni ma vuoi mettere, come perdere tutto questo ? Fiori, gazebo, la pesca di beneficenza, le giostre, un brulicare infinito di avanti e indietro, segni per terra, cartelli stradali improvvisati. Tutto questo mentre il tempo minaccia pioggia, pioggia di brutto. E’ il destino di noi abitanti della pianura padana: l’uomo propone, Dio dispone . Non ho ricordi di sagre di paese che non venissero colte, prima   durante o poco dopo da acqua e vento.…

Io invece mi annoio mortalmente, in questo ufficio fatto ad acquario, tutte vetrate che non puoi nemmeno darti una grattatina sotto alle ascelle che ti ha visto anche il parroco; faccio passare le ore inventandomi sistemazioni di archivi, ordine in magazzino, aggiornamento professionale online. Si mormora che ci venderanno ad un gruppo bancario più grande. Si dice pure che sommeranno gli esuberi nostri con i loro e allora sì che ci sarà da ridere. E’ certo che alcune filiali opteranno per una chiusura al pubblico pomeridiana. E’ un test, dicono. Ma cosa devi testare, dico io? Testano l’eventuale possibilità di dirci grazie e arrivederci secondo me. Capirai, non ci vuole mica un genio della lampada a fare due più due. Alla mia collega quando se ne parla le salgono le lacrime agli occhi e mi dispiace tanto che una brava persona come lei debba pagare con l’angoscia fatali errori di finanza e amministrazione compiuti in leggerezza o peggio ancora con accidia lassù nella stanza dei bottoni. Perché è sempre stato così, tagliano 1000 persone dalla base, le api operaie, ma il megasuperipermanager da 500.000 euro l’anno quello no, eccheccavolo, ovvio che lui no. Mi sovviene un fatale senso di distacco : la festa fuori e l’angoscia dentro, la sagra estiva e il tempo grigio minaccioso, la gente in ferie e i licenziamenti, una dicotomia un po’ assurda… E per la prima volta forse in vita mia sono serena, non mi interessa influire sulla mia vita, mi viene facile e spontaneo affidarmi a quello che verrà, perché qualcosa avverrà ed è questo l’importante. E guardo in basso, mi guardo la gonna che arriva dall’India e che ho comprato in spiaggia il mese scorso da un italiano che, stanco di tutto questo, è andato a vivere in India “chè con quello che guadagno in tre mesi quì vivo con la mia famiglia tutto l’anno lì”. Forse gliel’ho comprata per quello, la gonna. E penso che c’è qualcosa che non mi torna, in questa era del progresso.

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10 pensieri su “The show must go on

  1. ci sono due risposte possibili alle difficoltà: la lotta o l’indifferenza.Della lotta, sappiamo. Per quanto riguarda l’indifferenza, questa produce un temporaneo stato ascetico nel quale si rinuncia a qualsiasi scontro con gli eventi nefasti. Non si tratta di un pericoloso “lasciarsi andare” si genera piuttosto un piacere nella noncuranza…

  2. Quella dei manager strapagati mentre gli “ultimi” sono quelli che pagano è cosa assai diffusa ed equamente suddivisa in tutto il mondo.. Certo fa proprio incazzare… anche in luoghi che non ti aspetti si trovano persone che da sedute credono di risolvere problemi ma se non ti sporchi le mani difficile cavarne fuori qualcosa .pensa che nel paesello in cui vivo mi fermano tutti i giorni per chiedermi se ci mandano in cassa integrazione ( cosa smentita in lumgo e largo), alcuni godono delle sfighe degli altri!

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